trio
La notte di nozze
Ethanxxx
02.06.2026 |
2.853 |
3
"La vita è fatta di priorità, e per quanto eccitante ed invitante, Teresa quella notte non era la mia priorità..."
Quando sono tornato in Italia, i primi tempi non sono stati semplicemente complicati. Sono stati strani.Milano è una città che ti dà l'impressione di avere tutto a disposizione: locali, eventi, occasioni. Eppure, fare nuove amicizie è un'altra storia. Puoi passare intere giornate circondato da persone e sentirti comunque un estraneo.
Forse è stato anche per questo che mi iscrissi su questo sito.
Una sera conobbi Lorenzo e Giulia. Una coppia affiatata, simpatica, di quelle che riescono a metterti a tuo agio dopo dieci minuti come se vi conosceste da anni, un classico che tanto classico non è. Entrambi professionisti, entrambi impegnati, entrambi con quella leggerezza rara che rende piacevole qualsiasi conversazione.
Non ci fu un momento preciso in cui la situazione cambiò.
Fu una transizione lenta, quasi impercettibile.
All'inizio erano solo sguardi.
Poi diventò spazio.
Poi distanza.
Poi corpi.
Giulia era seduta vicino a me, troppo vicino perché fosse casuale e troppo naturale perché sembrasse costruito. Sentivo il calore della sua presenza anche quando non mi toccava. E quando lo faceva, anche solo per un attimo, non era mai davvero un caso: una mano sul braccio mentre rideva, una spalla che sfiorava la mia, le dita che restavano appena un secondo di troppo sulla mia pelle.
Lorenzo era dall'altra parte della stanza, ma non era davvero lontano. Era presente in un altro modo. Silenzioso, attento, con quello sguardo lucido di chi osserva e capisce perfettamente cosa sta succedendo. Non c'era gelosia nel suo modo di guardare. C'era partecipazione. E, soprattutto, eccitazione trattenuta.
La musica era bassa. Le luci ancora più basse.
Giulia mi guardò a lungo.
Non era uno sguardo provocante nel senso banale del termine.
Era diretto.
Sincero.
E pericolosamente calmo.
«Sei sempre così rigido?» disse a un certo punto, sorridendo appena.
«Dipende dalla situazione.»
Lei rise piano, poi si avvicinò ancora di qualche centimetro. Abbastanza da cambiare completamente la percezione dello spazio tra noi.
«Questa situazione, ad esempio?»
Non risposi subito.
Perché a quel punto le parole erano già diventate secondarie.
La sua mano trovò la mia senza fretta, senza esitazione. Le dita si intrecciarono alle mie come se fosse una cosa già decisa da prima. Poi il contatto cambiò, diventò più intimo, più audace. Giulia non aveva il minimo imbarazzo nel mostrarsi disponibile, nel lasciarmi capire che non si trattava di un semplice gioco di sguardi.
Quando ci baciammo, non fu un gesto improvviso.
Fu più una conseguenza.
Un punto di arrivo naturale dopo una serie di scelte piccole, quasi invisibili.
Il resto della stanza sparì lentamente, come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo. Sentivo solo il contatto, il respiro, la vicinanza. E quella strana assenza di imbarazzo che rendeva tutto ancora più irreale.
A un certo punto percepii la presenza di Lorenzo più vicina. Non c'era interruzione. Non c'era sorpresa. Solo continuità.
Lorenzo ci osservava divertito. Capii che per lui non c'era nulla da difendere. Anzi: più vedeva Giulia abbandonarsi a quella tensione, più sembrava alimentarsene. Il suo volto restava calmo, ma negli occhi passava qualcosa di inequivocabile, una soddisfazione quasi febbrile nel vedere la propria donna desiderata, toccata, accesa da un altro uomo.
Da lì in avanti il tempo smise di essere lineare.
Diventò una sequenza di frammenti: pelle, respiro, movimenti, pause.
Il resto rimase fuori dalla stanza.
E quando tutto si ricompose, molto più tardi, non c'era più nulla da spiegare.
Dopo quel primo incontro cominciammo a frequentarci con regolarità. Ci si vedeva spesso, anche solo per una chiacchiera, per quel modo di guardarsi che bastava a far salire la temperatura. Il sesso non era un passaggio scontato: a volte succedeva, a volte no, ma quando c'era era carico, intenso, inevitabile. Il più delle volte succedeva eccome, per il piacere di tutti e tre, per la complicità che si trasformava in pelle, in respiro, in corpi che si trovavano senza bisogno di spiegazioni.
Di Lorenzo e Giulia mi attirava la loro follia vera, quella complicità che ti travolge, ti prende e non ti lascia più. Erano pazzi sul serio, senza filtri, senza paure, e stare con loro era come essere trascinati in una corrente che ti porta oltre. Essere incluso in quella complicità mi faceva sentire vivo, acceso, desiderato: ogni serata era un'avventura, ogni serata era imprevedibile, ogni serata era un'esplosione di tensione, di desiderio, di qualcosa di inesplorato.
Passarono i mesi e durante una cena a casa loro arrivò la notizia.
Lorenzo aveva chiesto a Giulia di sposarlo.
E lei aveva accettato.
Li guardai sorridere e pensai che certe persone sono semplicemente destinate a stare insieme. Ero sinceramente felice per loro.
Brindammo.
Poi arrivò la seconda sorpresa.
«Vorremmo invitarti al matrimonio.»
Accettai immediatamente.
Salvo rendermi conto, pochi istanti dopo, di un piccolo dettaglio.
«Scusate... ma io chi sarei davanti alle vostre famiglie?»
Seguì una discussione esilarante. Alla fine Lorenzo trovò la soluzione perfetta. Mi avrebbe presentato come un vecchio amico conosciuto durante l'Erasmus a Cracovia. Una storia abbastanza dettagliata da sembrare vera e abbastanza lontana da evitare verifiche.
Così, all'inizio di quella primavera, raggiunsi le colline della Maremma.
Arrivai il giorno prima della cerimonia. Mi avevano prenotato una stanza in un piccolo bed & breakfast immerso nel verde. Non avevo partecipato all'addio al celibato per impegni di lavoro, ma Lorenzo mi aveva scritto che non mi ero perso nulla di memorabile.
Conoscendolo, probabilmente era una bugia.
La sera mi ritrovai a cena con parenti e amici di Lorenzo.
Fu lì che conobbi Teresa.
La cugina di Lorenzo.
Single.
Bellissima.
Ma soprattutto perfettamente consapevole di esserlo.
Aveva uno sguardo vivace, provocatorio, e quel modo di sorridere che sembra sempre nascondere un pensiero in più rispetto a quello che sta dicendo.
Parlammo per tutta la cena.
O almeno fingemmo di parlare.
Perché dopo il primo bicchiere mi resi conto che stavo ascoltando soltanto metà delle sue frasi. L'altra metà della mia attenzione era occupata a osservare il modo in cui si passava una mano tra i capelli, come inclinava la testa quando rideva, come sosteneva il mio sguardo qualche secondo più del necessario.
Non era semplicemente bella.
Aveva fascino.
E il fascino è molto più pericoloso della bellezza.
Quando gli altri iniziarono ad alzarsi da tavola, noi restammo indietro quasi naturalmente. Come se la conversazione non fosse ancora finita.
In realtà era appena iniziata.
Mentre salivamo le scale del bed & breakfast si voltò verso di me.
«Ti avverto...» disse sorridendo. «Questo posto è pieno di parenti.»
«Cercherò di comportarmi bene.»
Scoppiò a ridere.
«Non è quello che mi preoccupa.»
Ricordo ancora quel sorriso.
E ricordo perfettamente il momento in cui capii che nessuno dei due aveva intenzione di dormire molto quella notte.
Una volta in camera, prima ancora di togliersi le scarpe, mi guardò divertita.
«Se senti che faccio troppo rumore...» disse. «Trovati una soluzione.»
Rimasi fermo un istante, senza rispondere. Il tono con cui l'aveva detto non lasciava dubbi: non stava scherzando, o meglio, stava scherzando esattamente quanto bastava per rendere tutto più pericoloso.
Lei si avvicinò lentamente, fino a costringermi a fare un passo indietro. Poi un altro. Fino a che la mia schiena toccò il bordo del letto.
«Ti piace quando prendo io l'iniziativa?» chiese, con una calma quasi irritante.
La osservai mentre si liberava con lentezza delle scarpe, poi si voltava verso di me come se fosse già sicura della mia risposta. Aveva un modo di muoversi che trasformava ogni gesto in una provocazione: il modo in cui si aggiustava i capelli, in cui lasciava scivolare lo sguardo sulla mia bocca, in cui restava abbastanza vicina da farmi sentire il suo respiro.
Quando mi sfiorò il petto con due dita, sentii il corpo reagire prima ancora dei pensieri.
«Stai già pensando a come fermarmi?» sussurrò.
«Sto pensando che dovrei farlo.»
Lei rise piano, poi mi afferrò per la camicia e mi tirò a sé con una decisione che non lasciava spazio a esitazioni. Il bacio arrivò subito dopo: caldo, diretto, affamato. Non c'era nulla di delicato in quel momento. C'era solo la sensazione netta di due persone che avevano smesso di fingere di essere prudenti.
Teresa si staccò appena dalle mie labbra, abbastanza da guardarmi negli occhi.
«Adesso vediamo se riesci davvero a mantenere il controllo.»
Non risposi. Perché la verità era che lo avevo già perso, o quasi.
La presi per la vita e la attirai di nuovo a me, sentendo il suo sorriso contro la mia bocca. Lei non oppose resistenza, anzi: sembrava aspettarselo, sembrava desiderarlo. E quel modo in cui mi guardava, come se stesse godendo ogni singolo secondo della situazione, rendeva tutto ancora più intenso.
Quella notte non fu solo un incontro. Fu una sfida reciproca, un gioco di nervi, desiderio e complicità, in cui nessuno dei due aveva davvero intenzione di tirarsi indietro.
La mattina seguente, durante la colazione, ebbi la netta sensazione che alcuni parenti avessero dormito molto poco.
C'erano sguardi.
Sorrisetti.
Occhiate complici.
Nessuno disse nulla.
E questo rendeva tutto ancora più divertente.
Teresa, invece, sorseggiava il suo caffè con l'aria innocente di chi non aveva assolutamente nulla da nascondere.
Un talento che io, evidentemente, non possedevo.
Per evitare ulteriori imbarazzi decidemmo di uscire. Teresa trovò una Vespa di uno zio e partimmo tra le colline toscane.
Il panorama era magnifico.
Il problema era che Teresa sembrava considerare la mia concentrazione alla guida una sfida personale.
Ogni curva era un'occasione per provocarmi.
Ogni sosta una scusa per avvicinarsi.
Ogni battuta un invito a perdere completamente il filo dei pensieri.
Più di una volta pensai che saremmo finiti dentro un vigneto.
E non per colpa della strada.
Trascorremmo insieme tutta la mattinata.
Quando tornai in camera per prepararmi alla cerimonia, trovai un messaggio di Lorenzo.
«Sei un porco. Hai traviato la mia irreprensibile cugina. Spero che tu abbia conservato abbastanza energie per la festa.»
Scoppiai a ridere.
E nella mia più totale ingenuità risposi con una frase che mi sembrava brillante.
«Estote parati.»
Sempre pronto.
Naturalmente mi riferivo ai festeggiamenti del matrimonio.
O almeno così credevo.
Perché quello che sarebbe successo nelle ore successive avrebbe dimostrato che, in realtà, nessuno di noi era davvero preparato a quella giornata.
Arrivato in chiesa, sentivo gli sguardi di molti addosso. Non sapevo se fosse per via della sera prima o per il mio smoking su misura che, ammetto, mi calzava a pennello. Forse anch'io mi vedevo "troppo".
Fu Teresa a venire in mio soccorso.
«Stai da Dio» mi disse, ridacchiando. «Sembri finto.»
«Anche tu stai da Dio» le risposi, cercando di non sembrare troppo soddisfatto di me stesso.
Ed era vero: indossava un elegante tubino che le scendeva addosso perfettamente.
Mi presentò a tutti come il coinquilino di Cracovia, come avevamo concordato, e poi andai a salutare Lorenzo. Mi abbracciò sorridendo e, in quel momento, capii bene le sue emozioni: la tensione, la felicità, la paura di non essere all'altezza di tutto quel cerimoniale, in fondo ci ero passato anche io.
Poi arrivò Giulia.
Ed era davvero splendida. Elegante, bellissima, visibilmente commossa. Io cercai di non fissarla troppo, per non fare figure strane. Con la storia di Lorenzo e la sera prima, non era il caso di mettermi in mostra.
La cerimonia fu breve, leggera, come quelle che ti entrano dentro senza che tu te ne accorga. Le promesse dette piano, le lacrime che qualcuno trattenne a fatica, la mano che stringeva l'altra con una forza che parlava più delle parole. Quando uscirono, fuori c'era tutta quella gente che applaudiva come se quel giorno fosse stato costruito apposta per loro.
L'aperitivo fu un turbine di calici che si scontravano, di stuzzichini che spariscono prima ancora di essere assaggiati, di voci che si sovrapponevano in un rumore domestico e allegro. Ridevo con Lorenzo e Giulia, ma sentivo che c'era qualcosa di più sottile, qualcosa che non si spiegava con la sola felicità.
Le foto furono un rito quasi sacro: i gruppi obbligati, i parenti che si aggiustavano le cravatte, Teresa che mi cercava sempre per un'ultima foto «senza sembrare troppo complice». Tra una posa e l'altra, mi sentivo parte di quel quadro, anche se sapevo che la mia posizione era più labile, più segreta.
Il pranzo fu abbondante, il cibo sagrato, il vino che scorreva senza chiedere conto a nessuno. Brindisi, battute, qualche canzone intonata in modo stonato, poi la danza: prima il valzer di Lorenzo e Giulia, poi tutti sugli altri balli, dal lento al coinvolgente, fino a quando i piedi iniziavano a dolere ma nessuno se ne curava.
Verso sera, quando tutto sembrava rallentare, arrivò il momento della bomboniera. Lorenzo e Giulia me la consegnarono con quel sorriso che conoscevo bene, e in quel momento capii che volevano dirmi qualcosa. Ma eravamo circondati da parenti, da occhi, da orecchie, e non potevano esprimersi. Forse avevo capito, ma non potevo davvero credere a quello che sospettavo: non potevo credere che volessero coinvolgermi durante la loro prima notte di nozze.
Così feci un po' lo gnorri, mostrai di non aver colto, e mi avviai all'auto con Teresa.
Mentre guidavo per tornare al B&B, Teresa, decisamente alticcia, iniziò a elencarmi le parti del corpo che voleva leccata quella notte. Io l'ascoltavo divertito, e sinceramente eccitato.
Arrivati in camera, si spogliò tutta e andò in bagno a farsi una doccia. Mentre mi spogliavo anche io, il telefono vibrò. Un messaggio di Giulia:
«Sai che Lorenzo, da adolescente, ha scopato con Teresa?»
Non mi sorprese. Stavo già pensando a una risposta spiritosa quando arrivò un secondo messaggio, sempre da lei:
«Sbologna quella troietta, rinfilati lo smoking e raggiungici qui.»
Un link di Google Maps. Tre chilometri.
Ero perplesso. Poi arrivò un altro:
«Ci manca il tuo regalo!»
Risposi divertito:
«Pensavo che il "Bimby" in lista nozze fosse più che sufficiente.»
Giulia rispose secca:
«Sufficiente un cazzo. Dai, sbrigati.»
«E adesso come faccio?» pensai.
Mi rivestii di fretta e attesi che Teresa uscisse dal bagno. Ne uscì nuda, con gocce d'acqua sulle spalle, sorridente, incredibilmente invitante.
Rimasi fermo davanti a lei e dissi:
«Io adesso devo andare.»
Lei mi guardò stranita.
«E dove?»
«Potrei inventarmi qualsiasi scusa. In verità non posso dirti dove.»
Lei mi fissò negli occhi, calma, e rispose:
«So benissimo dove andrai e con chi andrai. Fa quello che credi, ma sappi che non ci sarà seguito tra noi.»
La sua risposta mi colse di sorpresa. Non volli investigare. Feci l'unica cosa che potevo fare: uscire dalla camera in silenzio.
La vita è fatta di priorità, e per quanto eccitante ed invitante, Teresa quella notte non era la mia priorità.
Raggiunsi il luogo indicato da Giulia: un parcheggio vuoto di un centro commerciale. Fu esilarante vederli. La loro auto di nozze, una Mercedes S nera, enorme, era ferma lì. Lorenzo era appoggiato alla portiera fuori, che fumava. Intravidi le gambe di Giulia che uscivano dal finestrino, appoggiate sullo specchietto retrovisore.
Parcheggiai accanto a loro, scesi. Lorenzo esordì subito:
«Cazzo, ce ne hai messo di tempo.»
«Ma Teresa lo sa», risposi.
«Certo che lo sa», disse Giulia, distesa sul sedile, ancora avvolta nell'abito da sposa. E aggiunse: «È con lei che abbiamo iniziato, ma poi ha fatto la stronza.»
Non volli indagare. Fissai Lorenzo. Scosse le spalle e disse:
«Dai, andiamo?»
«E io, dove andiamo?»
«Al club», rispose lui, divertito.
In effetti poteva essere divertente. Dissi, sorridendo:
«Dai, fammi provare sto bolide!»
«No no», rispose lui. «Guido io. Tu stai dietro con la sposa.»
Osservai lo sguardo di Giulia. Diceva già tutto.
Appena Lorenzo mise in moto, Giulia mi saltò addosso. Mi annusò e disse:
«Ho visto che quella troietta ti si è spalmata tutto il giorno addosso. Sento il suo odore.»
Prese dalla borsa una boccetta di profumo e me lo spruzzò.
Divertito le risposi:
«Cos'è, sei gelosa adesso?»
«Forse», rispose lei. Incrociando lo sguardo divertito di Lorenzo dallo specchietto.
Alzò la musica. Sul tormentone del momento, Giulia mi baciò e iniziò a sbottonarmi i pantaloni. Per il migliore dei pompini. E devo dire che Giulia è sempre stata una maestra in questo.
Arrivati al parcheggio del club, scendemmo dall'auto. Lorenzo si fermò un istante, si sfilò la fede dal dito in maniera decisamente plateale e disse con un sorriso malizioso:
«Vediamo se indovinano chi dei due è il marito.»
Ridemmo, tutti e tre, di gusto. La scena era già di per sé irresistibile: due uomini in smoking nero, una donna in abito da sposa, che entrano in un club come se nulla fosse. Il tizio alla cassa ci guardò con gli occhi spalancati, quasi increduli di quello che vedeva.
Appena dentro, il club era animato, pieno di avventori che osservavano, curiosi. Al bar sentivamo gli sguardi addosso, divertiti, carichi, come se avessimo portato con noi qualcosa che li avesse accesi.
Prendemmo da bere e ci sedemmo su un divanetto nella sala. Lì iniziò davvero la serata. Tanti vennero a parlarci, incuriositi dal nostro trio, dall'energia che emanavamo. Non rivelavamo mai chi fosse il marito, e quel gioco segreto rendeva tutto più elettrico, più intenso.
Poi Giulia si alzò. Si spogliò dell'abito da sposa lenta, con una naturalezza che quasi non sembrava studiata. Rimase in lingerie bianca, bellissima, pura e provocante allo stesso tempo. Andò a ballare nella gabbia.
Circondata da uomini, si dimenava al ritmo della musica fissandoci a turno, poi Lorenzo, poi di nuovo me. Ogni movimento era un invito, ogni sguardo, una promessa. Lui mi sussurrò:
«Dai, vai tu… Sai che odio ballare.»
Mi alzai, entrai nella gabbia con lei. Ballammo vicini, corpi che si sfioravano, movimenti che si intrecciavano. Era spinto, provocante, non c'era spazio per dubbi o distrazioni. Non staccava lo sguardo dal mio. Non era eccitazione per la situazione o per l'alcool: era desiderio vero. E capii, in quel momento, che non desideravo altro che lei.
Uscimmo dalla gabbia. Vidi Lorenzo che parlottava con il barman, poi si avvicinò a noi e disse:
«Il privé sopra è tutto nostro. Prendo lo champagne e andiamo su.»
Nel buio del corridoio salimmo le scale. Seguivo il culo di Giulia, sinuoso, perfetto in quell'intimo bianco che le dava un'aria duplice: un po' innocente, un po' troia.
Entrammo in una stanza semibuia. C'era una poltrona, un enorme letto di fronte a una parete che era una semplice grata.
Lorenzo chiuse la porta. Nel silenzio della stanza, scorsi numerose ombre posizionarsi di fronte alla grata. Erano lì, pronti a guardare, a godersi quello che sarebbe avvenuto.
Lorenzo stappò lo champagne con un gesto secco, e lo schizzò addosso a tutti e due, divertito, ma soprattutto su Giulia, che rise a crepapelle, il corpo che si agitava sotto quel raffreddore improvviso di bollicine. Poi riempì le coppe e ce le porse. Di fronte agli sguardi incuriositi, quasi voraci, di chi ci osservava dalla grata, alzò il calice e brindò con voce calda:
«Alla notte di nozze che in pochi possono permettersi!»
Bevemmo. Vidi Lorenzo accomodarsi sulla poltrona, lo sguardo fisso su di noi, mentre Giulia si avvicinava a me e iniziava a sbottonarmi i pantaloni, lenta, con una familiarità che non aveva bisogno di parole. Ci spogliammo l'un l'altra, pelle che si rivelava a pelle, respiro che si accendeva. Quando fummo completamente nudi, la presi in braccio e lei mi si avvinghiò, le sue gambe che mi stringevano la vita, le mani che mi tenevano la testa mentre mi baciava il collo, morbida e decisa allo stesso tempo.
Io e Giulia avevamo un modo nostro di comunicare, senza dire nulla. Mi morse il collo, un morso leggero che bruciava, e capii subito cosa voleva. La posai con forza sul letto, le aprii le gambe e iniziai a scendere con la bocca: prima i piedi, le caviglie, poi l'interno coscia, sempre più vicino, sempre più profondamente. Lei mi spingeva la testa con forza verso la sua figa, ormai fradicia, calda, che profumava di desiderio.
Passai la lingua lentamente attorno, e il suo sapore mi inebriò, dolce e intenso allo stesso tempo. Quando la passai lenta e dura sul suo clitoride, sussultò e iniziò a gemere, un suono basso, roco, che riempì la stanza. In breve ebbe il suo primo orgasmo, il corpo che si contrava, le unghie che mi graffiavano la schiena. E sul più bello notai che cercava lo sguardo di Lorenzo, come a voler condividere quel momento, come a volerlo rendere parte di quel piacere.
Poi mi afferrò la testa con forza e mi baciò violentemente, la bocca che si apriva sulla mia, la lingua che cercava la mia con una fame che non lasciava spazio a dubbi. All'orecchio mi sussurrò, voce calda e rauca:
«Fa vedere a quei tipi lì fuori come si scopa una sposina.»
Eccitato da quelle parole, mi sollevai e porsi a Giulia la mia erezione. Lei si lanciò sopra di essa con una fame selvaggia, la bocca che mi avvolgeva calda, umida, ansiosa. La baciai mentre mi succhiava, le dita che mi correvano tra i capelli, stringendo con una forza che non era richiesta ma che respirava. Sentivo il suo respiro sul viso, il calore della sua bocca, il modo in cui mi prendeva fino in fondo, come se volesse possedermi a sua volta.
Quando fui pronto, la girai delicatamente e la posizionai di spalle. La penetrai lentamente, sentendo la sua resistenza iniziale, poi il cedere, il calore che mi avvolgeva come una morsa morbida e perfetta. Dopo il primo sussulto, presi a possederla con colpi lenti e decisi, misurando ogni spinta, sentendo il suo corpo che si stringeva attorno al mio, che mi cercava, che mi voleva. Tenevo i suoi fianchi con le mani, le dita che si affondavano nella pelle, e ogni volta che la spingevo dentro, la sculacciavo con forza, il rumore della pelle che si scontrava che riempiva la stanza, che si mescolava ai suoi gemiti.
Poi la misi carponi sul letto, spingendola in avanti, e quando la girai verso di me, i suoi seni seguivano il ritmo dei miei movimenti, oscillando con ogni spinta, i capezzoli duri che si strofinavano contro il mio petto. Il suo sguardo si alternava tra me e Lorenzo, come se volesse assicurarsi che entrambi vedessimo ogni cosa, che entrambi fossimo parte di quel momento. Ogni volta che la guardava, i suoi occhi si accendevano di qualcosa di più profondo del piacere: era complicità, era sfida, era desiderio puro.
Lei si stringeva a me, le gambe che mi abbracciavano la vita, le unghie che mi graffiavano la schiena, e ogni volta che la spingevo dentro, lei mi rispondeva con un gemito più forte, più roco, più vicino al limite. Sentivo il suo corpo che si contraeva, che si preparava a un altro orgasmo, e io sentivo che anch'io stavo arrivando al bordo. La presi più forte, più veloce, senza più controllo, senza più misura, solo con il bisogno di essere dentro di lei, di sentirla tutta, di non lasciarla andare.
E quando finalmente arrivò, il corpo che si contrava, le unghie che mi graffiavano ancora più forte, e io sentii il mio orgasmo che arrivava, caldo, violento, inevitabile. La baciai di nuovo, mentre il mio corpo si svuotava dentro di lei, mentre il suo respiro si faceva più veloce, più roco, più vicino al silenzio.
Giulia non era sazia. Voleva dare anche spettacolo.
Dopo quell'orgasmo, mi prese per mano e mi trascinò verso la grata. Con lo sguardo scrutò nella semioscurità, come se potesse vedere attraverso l'oscurità, e disse qualcosa rivolgendosi a qualcuno che non vedevo: «Me la presti?»
Vidi una donna in lingerie nera, con un seno prosperoso che si agitava sotto il tessuto, avvicinarsi alla grata. Sentii Giulia dirle, voce calda e bassa: «Facciamogli un pompino in due.»
Guardai la donna e Giulia: si sorrisero, un sorriso complice. Poi Giulia mi spinse verso la grata, facendomi uscire il cazzo dalla grata. La donna lo afferrò con mano sicura, e prese a leccarmi, la lingua calda e umida che si muoveva con precisione. Mentre Giulia, alle mie spalle, le spingeva la testa verso di me, premendo con una forza che non era richiesta ma che desiderava.
Anche lei ci sapeva fare. Mentre me lo succhiava e se lo sbatteva tra i seni, con una mano mi accarezzava l'addome e i pettorali, le dita che mi solleticavano la pelle, che mi facevano contrarre. Intanto, Giulia, tra una leccata e l'altra nell'orecchio, mi istigava, voce roca e calda: «Sfonda sta troia.»
Giulia si staccò, prese un condom, tornò alla grata. Si mise tra me e la tipa, le disse qualcosa, e vidi che lei si alzò, si sfilò le mutandine e si avvicinò di culo alla grata, il fondoschiena esposto, offerto.
Giulia mi infilò con agilità estrema il condom, le dita che mi sfioravano, che mi facevano contrarre. Poi mi guidò verso il culo esposto della tipa, la punta che si posava sulla pelle calda, che si preparava a entrare.
Così iniziai a possedere quella sconosciuta, spingendomi dentro di lei con colpi lenti all'inizio, poi sempre più decisi, sentendo il suo corpo che mi accoglieva caldo e stretto. Vidi un uomo, probabilmente il suo, che le si pose davanti con il cazzo in tiro, pronto a farselo gustare, e la tipa non attese troppo, infatti iniziò a succhiarlo con una familiarità che non lasciava spazio a dubbi.
Vidi che le persone oltre la grata diventavano sempre più numerose, ombre che si affollavano, curiose, voraci. Vidi mani che si intrufolavano all'interno per toccare me o Giulia, esplorando, sfiorando, cercando. La tipa aveva mani ovunque: sul suo corpo, sul mio, sul cazzo di quell'uomo, come se fosse nata per essere toccata.
Giulia prese a schiaffeggiarla sulle natiche sode, con una forza che faceva ridere, che faceva gemere. Sentivo che parlottava con qualcuno, come un mercante che tratta la sua merce, e le sentii dire: «No no... lui non è bisessuale, solo donne. ... Sì sì, ok, tu vai bene.»
In breve contai tre donne, che si alternarono, ognuna con il suo modo di prendermi, di succhiarmi, di possedermi a loro volta. E ad ogni cambio, Giulia mi cambiava il condom, le dita veloci, sicure, come se fosse una cosa fatta mille volte.
Poi, a un certo punto, Giulia mi si pose davanti, dando le spalle alla grata e a tutte quelle persone dietro di essa. Incastrò le braccia nella struttura, tenendosi salda con entrambe le mani, divaricò le gambe e le appoggiò sulle mie spalle con un movimento lento, sicuro, che mi fece perdere il respiro.
Ero rapito dai suoi movimenti sinuosi, dal modo in cui il suo corpo si muoveva con una naturalezza che non ammetteva resistenza. Il suo sguardo fisso nel mio mi eccitava ancora di più, carico di una sfida che non aveva bisogno di parole.
La presi per i fianchi e la possedetti come non mai, con colpi lenti all'inizio, poi sempre più profondi, sempre più decisi. Lei iniziò a divincolarsi, non curante di tutte quelle mani che la toccavano, che la tastavano, che cercavano di sfiorarla. Eppure, nonostante quel caos, nonostante quel corpo estraneo ovunque, sembrava che ci fossimo solo noi due.
Poi si staccò dalla grata, si liberò con un movimento rapido e febbrile da quel groviglio di mani, si aggrappò al mio collo e mi tirò a sé. In quell'abbraccio strano, quasi selvaggio, fummo contemporaneamente presi dall'orgasmo, il corpo che si contrava, il respiro che si spezzava, il mondo che svaniva per un istante pieno e interminabile.
Quando uscimmo dal privé, il corpo pesante e la mente ancora in un limbo di euforia, io e Giulia eravamo chiaramente esausti. Lorenzo, invece, brillava di quell'energia irrequieta di chi ha appena vissuto qualcosa di straordinario: eccitatissimo, decisamente alticcio, non faceva altro che ripetere, con la voce un po' impastata ma gli occhi luminosi, che quella era stata «la sera delle sere», che sarebbe stata irripetibile. Sembrava un ragazzino appena uscito da Disneyland, con quell'entusiasmo ingenuo e contagioso che solo l'incanto di una notte perfetta può regalare.
Non era assolutamente in grado di guidare. Gli rubai le chiavi con un gesto veloce, quasi infantile, e lui e Giulia si sedettero dietro. Dissi con fare scherzoso, voltandomi appena:
«Signori, dove vi porto?»
«In albergo», rispose Giulia, sorridendo, con quegli occhi felici che non cercavano di nascondere nulla. Lorenzo era accoccolato sulle sue gambe, come un bambino che cerca conforto, di cui lei si prendeva cura con una dolcezza che non era solo materna.
Mentre guidavo lungo le strade silenziose della notte, loro si scambiavano coccole come due adolescenti: mani che si accarezzano, sguardi che si cercano, baci rubati tra una risata e l'altra. E lì, nel silenzio della notte, nel ritmo lento della macchina che avanzava, mi resi conto di adorarli entrambi, di volerli un mondo di bene. Di essere parte di qualcosa di raro, di autentico, di vero.
So che la leggerete, bastardi.
Vi voglio bene.
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